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COP30, le armi, Gaza

  • Categoria dell'articolo:Mondo
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I capi di Stato e di governo riuniti in questi giorni a Belem, in Brasile, per la COP30 riempiono i quotidiani internazionali di dichiarazioni allarmate per il clima, e di impegni solenni per fare qualcosa. Eppure, sono gli stessi che finanziano il sistema fossile che devasta il Pianeta, a partire dalla corsa agli armamenti scatenata negli ultimi anni. Miliardi di euro investiti in bombe, missili, carri armati, navi da guerra, e chi più ne ha, più ne metta. Non sono soltanto risorse collettive sottratte alle politiche sociali ed ecologiche: sono anche la promessa di un aumento esponenziale delle emissioni climalteranti.

Nonostante gran parte delle informazioni siano secretate, esistono alcuni studi sull’impatto climatico degli armamenti. Il settore militare globale rappresenta – in tempo di pace – circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra, pari a circa 2.750 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Se le forze armate mondiali fossero un paese, sarebbero il quarto maggiore emettitore globale. Tutto ciò, senza contare le devastazioni ambientali prodotte nei territori di guerra e nei poligoni di addestramento.

Secondo alcune stime, la guerra in Ucraina ha prodotto circa 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nei primi tre anni di conflitto, pari alle emissioni annuali combinate di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Le emissioni belliche includono il consumo di carburante per veicoli militari, l’uso di munizioni, gli incendi di paesaggio indotti dalle ostilità e la ricostruzione delle infrastrutture distrutte.

Nel caso del genocidio di Gaza, si stima che i bombardamenti e la distruzione sistematica delle infrastrutture abbiano generato emissioni straordinarie. Uno studio afferma che nei primi 120 giorni della guerra (ottobre 2023-febbraio 2024), le emissioni dirette hanno raggiunto tra 420.000 e 652.000 tonnellate di CO2, superando le emissioni annuali di 26 paesi. Considerando la ricostruzione prevista delle 156.000-200.000 strutture distrutte, le emissioni totali potrebbero raggiungere tra 46,8 e 60 milioni di tonnellate.

Nel maggio 2025, la Missione Permanente dello Stato di Palestina presso il Regno dei Paesi Bassi ha formalmente descritto la distruzione ambientale a Gaza come ecocidio, mentre il Palestinian Institute for Climate Strategy (PICS) inserisce la liberazione palestinese come elemento centrale e imprescindibile della giustizia climatica globale, posizionando la Palestina come “bussola morale per il movimento globale per la giustizia climatica”.

Nonostante tutto ciò, l’Europa sta vivendo un’espansione militare senza precedenti. La spesa militare dell’UE ha raggiunto 343 miliardi di euro nel 2024, con previsioni di 381 miliardi per il 2025. La Commissione Europea ha proposto il piano ReArm Europe, che prevede di investire 800 miliardi di euro entro il 2029. Questo massiccio incremento della spesa militare compromette gli obiettivi climatici europei, che già erano deboli: le ricerche indicano infatti che un aumento dell’1% della spesa militare in rapporto al PIL può aumentare le emissioni nazionali fino al 2%.

Guerre, genocidi ed ecocidi sono figlie dello stesso sistema che in questi decenni ha causato il riscaldamento globale: quello che protegge i profitti di pochi attraverso le fonti fossili, e devasta il Pianeta di tutte.