La settimana scorsa l’amministrazione comunale ha presentato i propri progetti per il futuro dell’area dell’Ippodromo. Con un’assemblea pubblica, il Comune ha mostrato diapositive e render di quello che potrebbe essere il futuro di quell’angolo di città.
Un anello verde al posto della pista, spazi per lo studio e il co-working, un’area eventi, negozi e attività commerciali: è questo, in sintesi, quel che propone lo studio commissionato dall’amministrazione comunale. Peccato che, al termine della presentazione, manchi la slide con gli impegni finanziari: se il progetto costa 40 milioni di euro, il Comune afferma di averne zero da stanziare. Soluzione? Si cercano linee di finanziamento (investitori?), e nel frattempo si lascia tutto nelle mani della società che gestisce l’area, e con la quale la convenzione sarebbe scaduta – ma è stata prorogata – alcuni mesi fa.
Insomma, una bella presentazione, per concludere che tutto resta come prima. Ma il progetto avanzato dall’amministrazione comunale conferma – come è avvenuto con altri spazi di questa città – che c’è solo un’idea: quella che debba essere il privato, con le sue risorse, a gestire i progetti che possono cambiare il volto dei nostri quartieri.
Ci sono tanti modi di guardare al futuro di aree come quella dell’Ippodromo. Quello che costa 40 milioni di euro è necessariamente escludente, nell’elaborazione dei progetti così come nella gestione di quell’area. Perché è evidente che chi aprirà il portafogli – che sia un finanziatore pubblico o un investitore privato – vorrà vedere realizzate attività e infrastrutture, e possibilmente ritorni economici, non certo sperimentazioni sociali e relazioni.
Eppure, il Climate Pride dello scorso aprile aveva indicato non solo la possibilità di percorsi altri, ma anche il bisogno – espresso da associazioni, gruppi, collettivi – di spazi nel quale costruire dal basso ecologie urbane. A partire da alcune domande, che a Palazzo d’Accursio sembrano non interessare: cosa sarebbe una foresta urbana fatta crescere da centinaia di mani che rimuovono asfalto, creano vivai sociali, orti collettivi, semenzai di saperi? Quanto sarebbe importante lasciar crescere un bosco in una delle zone più calde e più densamente popolate della città? Cosa rappresenterebbe per i nostri quartieri uno spazio pubblico e collettivo per la discussione e la pratica di azioni ecologiche? Quanta potenza sociale potrebbe sprigionarsi dal fare transizione dal basso? E quanto costerebbe tutto ciò, rispetto ai 40 milioni di euro che l’assessore si è impegnato a cercare?
In una città che parla di innovazione urbana e rigenerazione sociale, una grande area come quella dell’Ippodromo potrebbe rappresentare lo spazio nel quale sperimentare trasformazioni dal basso capaci di contaminare i quartieri che viviamo. Gruppi, collettivi, scuole, associazioni, potrebbero contribuire a generare e curare un bosco urbano, e le ecologie potrebbero essere lo sfondo per processi culturali e sociali che abbraccino sport popolare, agricoltura biologica, riappropriazione dello spazio urbano.
Ma, per farlo, bisognerebbe aprire quell’angolo di città ai bisogni e alle suggestioni di quante – e sono tante – hanno voglia di sperimentare processi dal basso. Esattamente il contrario di quel che è oggi l’Ippodromo: un’area formalmente pubblica, ma inattraversabile; un prato formalmente verde, ma invivibile e indisponibile per gli abitanti del quartiere. Con un progetto – quello presentato la scorsa settimana – formalmente pubblico, ma alla ricerca dell’ennesimo investitore che possa ‘valorizzare’ anche quell’area. A Bologna rigenerazione continua a essere sinonimo di privatizzazione.