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Convergere per insorgere: come immaginiamo il 22 ottobre

Manca ormai meno di una settimana alla manifestazione del 22 ottobre a Bologna. È stata una lunga camminata collettiva, quella iniziata tra le ondate di calore dello scorso luglio, quando, tra un incontro e l’altro, è nata la scommessa di convocare una manifestazione a Bologna capace, ancora una volta, di sperimentare un processo – la convergenza – per un fine collettivo – insorgere.

Mesi pieni di assemblee, eventi, approfondimenti, confronti. Che ci hanno messo di fronte alla complessità del convergere, alle contraddizioni che dobbiamo risolvere, alle differenze che possono arricchirci. È stato un processo imperfetto, ovviamente: fatto di passi avanti e incomprensioni, discussioni accese e condivisioni, che ci ha offerto sia uno spaccato di quel che siamo, sia la suggestione di quel che potremmo essere.

Ed è da quel ‘potremmo essere’ che vogliamo guardare al corteo del 22 ottobre. Perché in queste settimane abbiamo visto una collettività riunirsi anche per le riunioni organizzative, e centinaia di persone prendere parola nelle assemblee politiche. Dalle studentesse e gli studenti, passando attraverso gli spazi sociali dell’attivismo, fino ai gruppi informali, tante e tanti hanno deciso di mettersi in gioco per cogliere una scommessa: quella di fare della piazza di sabato prossimo uno spazio capace di suggestionare processi politici e nuove conflittualità, mettendo in discussione forme e strumenti che ci portiamo nello zaino, alla ricerca di chiavi di lettura che possano darci nuovi sguardi sul presente e nuovi sogni per il futuro.

Viviamo, infatti, un’epoca straordinaria. La pandemia, nonostante gli annunci, non ci ha insegnato che ‘nulla dovrà essere come prima’ e, mentre il riscaldamento globale ci regala i primi assaggi di crisi climatica – con ghiacciai che collassano, terreni aridi e centri abitati travolti dalle alluvioni – chi manovra le leve del comando ci ha sciaguratamente posto di fronte al rischio concreto dell’ecatombe nucleare. Forse mai come oggi, la minaccia alla nostra umanità è posta in termini così concreti. E di fronte a questo scenario, convergere rappresenta l’unica strada per “rovesciare i rapporti di forza”, cambiare sistema, regalare a noi stesse/i e alle prossime generazioni che vivono e vivranno ogni angolo di questo Pianeta una vita degna.

E allora, come ce lo immaginiamo il corteo di sabato 22 ottobre?
Ovviamente, non come il momento decisivo che cambierà l’inerzia del mondo. Piuttosto, pensiamo possa essere una tappa di un processo già iniziato, e che vorremmo vedere rilanciato: una giornata nella quale accumulare energia, guardarci negli occhi, riconoscerci e riconoscere il sentiero che vogliamo affrontare, sapendo che la montagna che vogliamo scalare è impegnativa e, per questo, dandoci gli strumenti per costruire una cordata sicura e inclusiva, capace di superare i passaggi esposti e le insidie che ci saranno lungo il percorso.

E inclusivo dovrà essere anche il corteo. Che ha un percorso condiviso e un obiettivo collettivo: quello di attraversare la tangenziale (il ‘Passante di Mezzo’) in quanto metafora del sistema che vogliamo sfidare. E, per farlo, vogliamo portare in piazza allegria e creatività, i suoni dei nostri tamburi e le parole delle nostre lotte, i colori dei nostri tanti striscioni e la rabbia degna di chi vede rubato il proprio futuro. Lo vogliamo fare con una dimensione di piazza ampia e poliglotta, nella quale possano trovare spazio le famiglie e le/gli attiviste/i, i giovani a cui hanno chiesto di pagare tutti i debiti delle generazioni che li hanno preceduti, e le lavoratrici e i lavoratori precarizzate/i o licenziate/i. Con gli striscioni delle tante lotte territoriali che animano i luoghi che viviamo, i volti dei vicini di casa e la determinazione di chi da anni difende il luogo che vive. Una piazza che possa essere di tutte e tutti coloro che respingono la logica delle compensazioni e delle mitigazioni, perché non vogliamo la medicina con cui curare il male, ma vogliamo rimuovere le cause che generano la malattia del Pianeta.

Lo faremo insieme, perché è insieme che, dal 23 ottobre, vogliamo continuare a camminare.

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