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‘Modello Bologna?’ Sulla crisi climatica è ‘business as usual’

In questi primi giorni di campagna elettorale Bologna si candida a essere ‘modello’. In questa città, si afferma, si sono create le condizioni per un ‘campo largo’ capace di mettere al centro del proprio percorso amministrativo crisi climatica e giustizia sociale.


A ormai quasi un anno dall’insediamento della nuova maggioranza a Palazzo d’Accursio, tuttavia, i conti non tornano. Perché, a fronte di qualche chilometro di pista ciclabile, un paio di cuscini berlinesi e altrettante piazze scolastiche, il Consiglio Comunale ha approvato la cementificazione di ulteriore territorio con l’allargamento delle autostrade che attraversano la città, ovvero il ‘Passante di Mezzo’ e la A13 Bologna-Padova. Lo stop alla realizzazione di nuovi poli logistici approvato dalla Città Metropolitana è un passo in avanti, ma il consumo di suolo ha mille facce e la logistica continua a essere un settore a forte impronta ecologica. Poco o nulla è emerso per l’efficienza energetica degli edifici, mentre per quanto riguarda la mobilità urbana l’idea di far pagare chi dovesse ostinarsi a voler usare l’auto privata suona più come un ‘chi ha i soldi paga e inquina’ che come una soluzione capace di cambiare abitudini, migliorare la qualità della vita delle/dei bolognesi e garantire giustizia sociale. 

Nel 2019 il Consiglio Comunale ha dichiarato l’emergenza climatica. La nuova maggioranza, insediandosi, l’ha inserita tra le proprie priorità. Eppure, tra il dire e il fare, resta il mare. Ma, al di là del poco realizzato o approvato, il ‘modello Bologna’ – cui molte/i associano anche il ‘modello Emilia-Romagna’ – rappresenta un laboratorio nel quale, a fronte della spinta che proviene soprattutto dalle giovani generazioni, l’emergenza climatica si affronta a suon di compensazioni e mitigazioni. Sono quelle votate, con un ordine del giorno, per giustificare un cambio repentino di opinione sull’allargamento del Passante, ma anche tutte quelle soluzioni e proposte che, invece di produrre un radicale cambio di paradigma, continuano a parlarci di gradualità, sviluppo, profitto. 

L’estate che stiamo vivendo, con la siccità e gli eventi meteorologici estremi, le difficoltà dell’agricoltura e l’invivibilità delle città, ci dice che parlare di priorità significa dover scegliere cosa viene prima. Dovremmo piantare migliaia di alberi, de-cementificare il territorio, riportare l’acqua e la biodiversità nel reticolo urbano, pedonalizzare ampie aree della città, costruire un piano per l’efficientamento degli edifici e per la diffusione delle rinnovabili, e tanto altro ancora, senza lasciare nessuna/o indietro e migliorando la qualità della vita delle/dei cittadini. Invece, tra i portici si continua a declamare la Motor Valley, come se garantire una super-car a chi se la può permettere fosse importante tanto quanto assicurare un futuro a noi e alle prossime generazioni; in questa visione miope sta tutta la distanza incolmabile tra l’emergenza che già stiamo attraversando e le soluzioni proposte da chi siede al governo della città e della regione. 

Di fronte a questa contraddizione, di quale modello stiamo parlando? Come possiamo affrontare il riscaldamento globale senza mettere in discussione le sue cause? In questo senso, l’allargamento del Passante rappresenta il vero ‘modello Bologna’: affrontare la crisi climatica è una radicale dichiarazione d’intenti, ma di fronte a grandi investimenti – e a grandi interessi – non è poi così urgente, e diventa sufficiente chiedere al proponente qualche alberello e dei pannelli fotovoltaici per compensare in minima parte il danno causato, senza mettere in discussione ciò che quel danno lo provoca.

La pandemia ci ha mostrato quanto sono pesanti le conseguenze di un’emergenza sulla nostra vita quotidiana. Gli ultimi mesi, poi, ci hanno dato un assaggio di futuro; i meteorologi ci dicono che quella del 2022 sarà l’estate più fresca dei prossimi vent’anni, mentre i fiumi si sono inariditi mettendoci di fronte alla possibilità di non avere acqua potabile; l’agricoltura produce meno cibo, le ondate di calore e gli eventi estremi ammalano e uccidono. Non stiamo parlando di quanti soldi dovremo spendere per tenere accesi i condizionatori d’aria più a lungo, ma se avremo acqua e cibo a sufficienza, se ci ammaleremo, se le nostre giornate estive saranno un interminabile bagno di sudore. E lo stiamo facendo dimenticandoci che la crisi climatica – e, spesso, anche le soluzioni tecnologiche che proponiamo per affrontarla – hanno un impatto ancor più devastante su altre aree del Pianeta e sulle comunità che le vivono. 

Di fronte a queste sfide, il ‘modello Bologna’ è uno striscione verde dietro al quale nascondere il ‘business as usual: troppo poco per garantirci un futuro dignitoso, e troppo contraddittorio per gettare le basi per una indispensabile rivoluzione climatica.

Articolo pubblicato da Cantiere Bologna il 5 agosto 2022