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L’autunno che ci aspetta

Mentre guardiamo con ansia le previsioni meteorologiche delle prossime settimane, non possiamo fare a meno di interrogarci sul nostro futuro. Siccità, ghiacciai che collassano, campi coltivati abbandonati all’arsura, piogge improvvise che trasformano piccoli torrenti asciutti in fiumi in piena, ondate di calore sempre più lunghe e insopportabili, ci parlano degli anni che verranno. E di un mondo che, in ogni caso, non sarà come prima.
 
La crisi climatica, descritta per anni da scienziati allarmati e attivisti lungimiranti, ha iniziato a farci vedere le sue conseguenze. Lo fa nel mezzo di una pandemia che ci ha raccontato la fragilità dell’umanità, e di una guerra che ci dimostra la vulnerabilità di un benessere che, nei Paesi ricchi, si poggia sullo sfruttamento di altre popolazioni e della Terra. La crisi energetica, infatti, evidenzia la dipendenza del nostro sistema economico dalle fonti fossili, su cui si sono concentrati decenni di investimenti, nonostante la consapevolezza che continuare a estrarre gas e petrolio dal sottosuolo significa aggravare le cause del riscaldamento globale.
 
Sembra di essere in un girone infernale. Per mangiare devi lavorare, ma lavorare spesso significa produrre oggetti e merci che arricchiranno qualcun altro, lasciando a gran parte delle comunità le briciole e il salatissimo conto climatico da pagare. Perché, ancora una volta, il lavoro è posto contro l’ambiente, come se la nostra quotidianità fosse tutta racchiusa nelle catene di montaggio, nei cantieri e negli uffici nei quali produrre fatturato. E così, quando affermi che allargare un’autostrada significa impedire la transizione climatica, ti rispondono che gli operai devono pur andare in fabbrica per continuare a produrre le super-car, e le merci devono continuare a viaggiare da un estremo all’altro del globo. Quando ricordi che un rigassificatore non aiuta l’efficienza energetica e la diffusione delle energie rinnovabili, ti replicano che non possiamo mica spegnere la catena di montaggio e rinunciare ai profitti generati da prodotti di lusso, o magari dalla produzione di armi.
 
È, quello che stiamo descrivendo, anche il modello della nostra regione, l’Emilia-Romagna, capace di costruire una coalizione trasversale di parlamentari europei per derogare le norme sulla produzione di veicoli inquinanti e ‘salvare’ l’ego di qualche migliaio di super-ricchi del mondo che possono permettersi una super-car. Quel modello che, di fronte ai cittadini che contestano l’ennesima opera devastante per il territorio, risponde che gli emiliano-romagnoli ‘si rimboccano le maniche, stanno in silenzio e lavorano’. Che, con questa narrazione, continua a mettere i sogni dei figli – un Pianeta ancora vivibile – contro i bisogni dei genitori – un salario per crescere i propri figli.
 
Nel deserto della politica istituzionale, però, nell’ultimo anno si è aperta la strada una convergenza. È quella proposta dalle lavoratrici e dai lavoratori della GKN che, mentre vedevano messo in discussione il proprio lavoro e il proprio salario, hanno avuto la determinazione di guardare alla propria vita nel suo complesso. Che non si esaurisce alla catena di montaggio o in ufficio, ma che è fatta di tempo libero, qualità dell’ambiente in cui si vive, serenità per il futuro delle figlie e dei figli, consapevolezza che, con il proprio lavoro, non si sta rovinando la vita di altre comunità.
 
Nel pieno di una campagna elettorale che non ha nemmeno la consapevolezza che la nostra casa sta bruciando, è questo uno degli spazi nel quale costruire speranza. In questi giorni tante/i giovani sono tornate/i a riunirsi e a discutere come garantirsi un futuro, guardando a questa necessaria convergenza e ragionando di giustizia climatica. Perché questa estate torrida e arida ci dimostra inequivocabilmente che non c’è futuro senza un cambio radicale di sistema. Non basta compensare o mitigare; non basta avere cieca fiducia nelle tecnologie che verranno. Per guardare al domani, non possiamo che cercare le strade capaci di cambiare sistema, mettendo in discussione il pilastro su cui si fonda la nostra economia e la nostra vita sociale: il profitto. Come ha dimostrato Oxfam in un suo rapporto, è inutile che il 90% più povero della popolazione mondiale cambi radicalmente il proprio stile di vita, se il 10% più ricco continuerà a concedersi i lussi che si è sempre concesso. L’accumulazione di ricchezze è ciò che ci ha portato alla crisi climatica: affermare che il nostro lavoro deve avere un’etica sociale ed ecologica, significa parlare del futuro delle prossime generazioni.
 
In questi mesi abbiamo visto mobilitazioni ambientaliste ed ecologiste, lotte per il diritto alla casa e agli spazi pubblici, vertenze sindacali contro la precarietà e lo sfruttamento, mobilitazioni per i diritti civili e contro il razzismo. Sono tante prospettive di lotta contro un sistema che, sfruttando, precarizzando e discriminando, ci ha portato sull’orlo della catastrofe climatica. I nessi sono, ormai, sotto i nostri occhi, e costruire giustizia climatica – ovvero le condizioni per un mondo nel quale tutte/i possano avere una vita dignitosa e bella – è la strada maestra non solo per ‘salvare il Pianeta’, ma per garantire diritti, dignità, solidarietà, equità. “Per tutto, per questo, per altro”, un altro mondo è ancora possibile, e sempre più necessario.