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Emergenza climatica: cosa ci insegna la pandemia?

Ci avviciniamo ormai alla fine del secondo anno di pandemia: era fine febbraio 2020, infatti, quando in Europa faceva la sua comparsa ufficiale Covid-19, il virus che fino a pochi giorni prima avevamo pensato di poter confinare in Estremo Oriente. La malattia, invece, fece velocemente il giro del mondo, costringendo i governi europei a misure eccezionali che non hanno precedenti dal secondo dopoguerra.

Due anni dopo, e con tre dosi di vaccino alle spalle, viviamo ancora una quotidianità precaria, nella quale non si sa cosa succederà nelle prossime settimane e se possiamo pianificare un viaggio o una visita ai parenti. Ma, soprattutto, vivono una condizione precaria miliardi di persone in tutto il Pianeta che una vaccinazione non hanno ancora potuto riceverla, e che forse non l’avranno mai. Nel frattempo, le differenze economiche si sono acutizzate, con la forbice tra i pochi ricchissimi e i tanti poverissimi che si allarga inesorabilmente. E se a marzo 2020 riempivamo i social con l’hashtag #nullasaracomeprima, oggi dobbiamo riconoscere che nulla, nel sistema economico, politico e sociale che governa la nostra quotidianità, è davvero cambiato.

Non è successo nemmeno alla COP26, quando i governi di tutto il mondo si sono riuniti per discutere la crisi climatica. Un’emergenza ben più grave della pandemia che, secondo le/gli scienziate/i internazionali potrebbe in pochi decenni portare l’umanità verso la catastrofe. L’esperienza del Covid-19, insieme agli studi scientifici sempre più allarmanti, non sono bastati a spingere le istituzioni internazionali e i governi ad adottare misure drastiche e radicali per fermare il riscaldamento globale.

Ma, dalla pandemia, possiamo trarre almeno alcuni insegnamenti, con i quali provare a ragionare del nostro ruolo nella crisi climatica. Il primo è che, nonostante la pandemia abbia messo in ginocchio i sistemi economici e commerciali globali, sono le multinazionali ad aver deciso le strategie per affrontarla. È successo nei momenti più drammatici, quanto in tante e tanti hanno dovuto continuare a lavorare per garantire non servizi essenziali, ma catene di produzione di beni la cui disponibilità non risponde a un bisogno sociale, ma alla necessità di creare profitti; ma, soprattutto, è successo con la gestione della vaccinazione, che ci dimostra in maniera elementare come il sistema economico e politico intenda affrontare l’emergenza pandemica e, poi, quella climatica.

I virologi, infatti, ci hanno ripetuto ossessivamente quanto importante sia una vaccinazione diffusa globalmente, capace di far crescere in ogni continente la percentuale di persone che vi hanno accesso. Questo, infatti, scongiurerebbe l’emergere di pericolose varianti del virus. Eppure, dopo che poche multinazionali farmaceutiche hanno ricevuto miliardi di euro in finanziamenti pubblici per la ricerca sui vaccini, nessun governo ha osato proporre una sospensione dei brevetti che permettesse anche ai Paesi più poveri di avere il vaccino per i propri cittadini. Non solo: i Paesi ricchi hanno accumulato enormi stock di dosi, mentre intere aree del Pianeta ne sono sprovviste. La vaccinazione, in altre parole, non è pianificata per proteggere l’umanità dal virus, ma da una parte per garantire profitti esponenziali ad alcune multinazionali, dall’altra per far funzionare un sistema economico che ha i suoi gangli vitali nei consumi dei Paesi ricchi che, per questa ragione, devono continuare a ogni costo. Tanto che alcuni osservatori, di fronte all’ultima variante comparsa in Sud-Africa, non hanno esitato a chiamarla ‘variante-Pfizer’ per sottolineare i profitti che l’insorgere di forme mutate del virus garantiscono alle multinazionali farmaceutiche.

D’altra parte, enormi risorse economiche sono state mobilitate nei Paesi ricchi per far fronte all’emergenza. Ma, nonostante le dichiarazioni, i governi hanno deciso di investire queste risorse non per costruire comunità più eguali, resilienti e sostenibili, ma per rafforzare, con forti investimenti, sistemi economici dominanti, tra cui quelli degli armamenti.

Se questo è il modo in cui i governi stanno affrontando la pandemia, cosa possiamo aspettarci per quanto riguarda la crisi climatica? Niente altro che una situazione analoga, con i più ricchi che costruiranno le proprie ‘isole felici’, lasciando il resto dell’umanità al proprio destino. In altre parole, il capitalismo cercherà la propria strada per sopravvivere alla crisi climatica: ma la sua soluzione non può che prevedere più ingiustizia e più sofferenza per miliardi di persone. Come abbiamo scritto nel nostro Manifesto, di fronte all’evidenza quotidiana delle conseguenze devastanti del riscaldamento globale, pensiamo vi sia una sola soluzione: cambiare il sistema. L’esperienza della pandemia, del resto, è lì a dimostrarcelo.

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