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Verso il 2022: riflessioni sul Passante di Mezzo e sulla politica bolognese

Con la fine dell’anno, vogliamo provare a mettere in fila alcuni punti che riguardano le vicende politiche bolognesi e, in particolare, la recente approvazione, da parte del consiglio comunale, dell’allargamento del Passante di Mezzo fino a 18 corsie.

Non entreremo qui nel merito delle argomentazioni che ci vedono fermamente contrari all’opera, né nella discussione sulle mitigazioni e sulle compensazioni, perché ne abbiamo già parlato in diversi articoli. Sulla soglia del nuovo anno, invece, ci sembra utile contestualizzare l’opposizione a questa scelta. L’allargamento del Passante di Mezzo, infatti, si inserisce in un più ampio scenario nel quale le necessarie azioni per affrontare l’emergenza climatica vengono rinviate nel tempo, mentre il ‘business as usual’ assume un’accelerazione devastante.

Il Sindaco Matteo Lepore, nel suo intervento in consiglio comunale, ci ha fornito alcune chiavi di lettura che ci sembrano utili per decifrare la traiettoria di questa amministrazione rispetto all’emergenza climatica. Tra queste, ha ricordato alle/ai consigliere/i comunali il loro ruolo: “la differenza tra noi e gli attivisti – ha spiegato – è che nel nostro ruolo c’è chi sceglie, non chi fa testimonianza”. Soltanto pochi giorni prima, durante la sessione di bilancio, il Consiglio aveva approvato un ordine del giorno che impegna la Giunta a stanziare le risorse necessarie per convocare le assemblee cittadine, ma la vicenda del passante evidenzia una pericolosa interpretazione della partecipazione: nonostante dell’opera “si discuta da 20 anni”, infatti, l’amministrazione comunale – che ritiene di avere nel proprio sindaco un ottimo negoziatore – non ha voluto provare a proporre alla Conferenza dei Servizi una moratoria di un ulteriore anno per avere il tempo di introdurre questa nuova pratica di democrazia su un tema così spinoso e controverso.

C’è un’altra affermazione del Sindaco che ci pare particolarmente efficace. Matteo Lepore, infatti, ha spiegato che quest’opera non riguarda soltanto Bologna, ma è una questione nazionale. E ha perfettamente ragione, per quel che riguarda l’autostrada, mentre i dati gli danno torto per quanto concerne le tangenziali, che vanno in crisi a causa di spostamenti prevalentemente di breve distanza, e che comunque hanno a che fare principalmente con l’area metropolitana. La questione è già stata descritta dai comitati, ma anche in questo caso ci sembra interessante approfondire la dimensione politica di queste affermazioni. Dire che il passante è una questione nazionale, infatti, significa secondo noi due cose: la prima è che la città di Bologna subisce, da decenni, una ‘servitù di passaggio’ il cui unico lascito sono cumuli di smog; è un dato di fatto oggettivo che ha evidentemente a che fare con la geografia del Paese. Questo deve tradursi necessariamente in una condanna eterna? A noi pare di no: da un ‘Comune da combattimento’ ci aspetteremmo una battaglia senza tregua per spingere il governo nazionale a togliere dalla strada centinaia di migliaia di mezzi pesanti e veicoli privati che attraversano, di passaggio, il territorio comunale. Anche se nessuna istituzione ha voluto in questi anni permettere un’indagine epidemiologica indipendente, infatti, basta il buon senso per capire che quell’attraversamento, a Bologna, si concretizza in malattie e morti.  
Il secondo punto ha a che fare con le aspirazioni di questa città: che vuol essere ‘la più progressista d’Italia’ e guidare la transizione ecologica in Europa. Ben vengano, questi buoni propositi, ma limitarsi a scriverli è come mandare la letterina a Babbo Natale. Proprio il passante potrebbe essere l’occasione per dare concretezza ad entrambe le affermazioni: può un Comune, posizionato in un punto strategico per le infrastrutture del Paese, spingere quest’ultimo verso la transizione ecologica e la giustizia sociale? Secondo noi sì, proprio a partire da un no determinato all’allargamento di un’infrastruttura che, invece, indirizza ancor di più il sistema nazionale del trasporto verso la gomma.

Da queste riflessioni emerge, secondo noi, la posta in gioco di questa discussione. Che non è, semplicemente, l’allargamento di un tratto stradale, per quanto devastante esso sia. Qui, infatti, stiamo parlando di indirizzi strategici, di modelli di sviluppo, di visioni di lungo periodo. Di come saranno Bologna, l’Italia e il Pianeta nel 2050, anno entro cui avremo concluso la nostra corsa verso l’azzeramento delle emissioni, oppure durante il quale staremo osservando gli effetti devastanti della catastrofe climatica. E qui c’è un’altra considerazione politica che vogliamo fare. Le ricercatrici e i ricercatori internazionali ci hanno spiegato che abbiamo pochi anni per cambiare radicalmente rotta e ‘mitigare’ – perché, nel caso del cambiamento climatico, è purtroppo questa l’unica cosa che ci resta da fare – il riscaldamento globale, adattando la nostra quotidianità a fenomeni che l’umanità non ha ancora sperimentato. È, senza ombra di dubbio, un’emergenza. Di fronte a essa non ci possono essere tentennamenti, né tanto meno vie di mezzo: la questione va presa di petto, e non ci si può accontentare di soluzioni che tengano insieme un modello di sviluppo che ha prodotto questa situazione e la necessità di compensarne i danni.

Se la questione del passante va letta nell’ambito dell’emergenza climatica, non c’è argomentazione o ordine del giorno a favore del progetto approvato dal consiglio comunale che tenga. Non si tratta, come hanno affermato alcune/i, di portare a casa il massimo dei risultati possibili alle condizioni date, semplicemente perché non possiamo accontentarci del ‘possibile’. E questo, è bene ricordarlo, non significa fare la corsa a chi è più radicale, ma affermare una necessità che trova riscontro sia nella scienza sia nei fenomeni a cui assistiamo con sempre maggiore frequenza. A noi, di chi è più o meno radicale, attivista, determinato, rivoluzionario, interessa poco. Quel che conta è la visione che si costruisce: allargare il Passante di Mezzo, in un contesto nel quale ovunque spuntano nuove corsie e nuove autostrade, significa accettare che il sistema non è modificabile, che merci e persone viaggeranno ancora a lungo su gomma e che, in ogni caso, la dimensione economica – perché di questo, in fin dei conti, parliamo – ha la priorità rispetto a quella climatica. Non a caso, le stesse istituzioni che stanno approvando queste opere sono quelle che chiamano il nostro territorio la ‘Motor Valley’, quando la transizione dovrebbe ragionevolmente imporre una riflessione sulla riconversione di quel sistema produttivo per dedicare quelle competenze e quelle professionalità alla realizzazione di beni e servizi capaci di costruire la giustizia climatica, invece di continuare a produrre ‘status symbol’ per pochi ricchi. 

Vogliamo dirlo con chiarezza: nell’emergenza climatica non ci sono le vie di mezzo, perché non c’è il tempo a disposizione dell’umanità per ammortizzarle. O si sta di qua, o si sta di là. E questo non perché ci divertiamo a criticare chi ha approvato il Passante di Mezzo; semplicemente perché quell’opera rappresenta, sia su scala locale sia su scala nazionale, il ‘sarà tutto come prima’ che, dopo la drammatica esperienza della pandemia globale, dobbiamo scardinare per impedire una catastrofe ancora più grande.  Non siamo, ovviamente, illuse/i: conosciamo fin troppo bene il difficile contesto politico, sociale ed economico nel quale agiamo, ma il Pianeta ci ha già fatto sapere fin troppo chiaramente che, contesto favorevole o sfavorevole, dobbiamo metterci tutta la forza che abbiamo per provare a rompere l’inerzia. In fin dei conti, non siamo nemmeno particolarmente radicali: ci sembra che investire ogni euro a nostra disposizione per la transizione climatica sia, per chi conosce le ragioni dell’”allarme rosso per l’umanità” dichiarato dal segretario delle Nazioni Unite, semplicemente ragionevole. E lo è, tornando alla nostra scala locale, anche nei confronti di tante/i pendolari che ogni mattina e ogni sera sperimentano le code delle tangenziali, alle/ai quali invece di offrire una nuova corsia nel quale incolonnarsi bisognerebbe dare, con urgenza, alternative sicure, veloci, salutari e comode per spostarsi senza utilizzare la propria auto.

Tutti questi paragrafi per dire che il 2021 si chiude con la consapevolezza che il grido lanciato da milioni di ragazze e ragazzi in tutto il mondo non è stato ascoltato né dai governi riuniti alla COP26 di Glasgow, né dalle istituzioni locali e regionali che pure hanno dichiarato l’emergenza climatica. Ovviamente, questo non fa che aumentare lo straniamento di chi, guardando alla propria individualità, si chiede cosa potrebbe fare, di efficace, per ‘salvare il Pianeta’. Permetteteci di dire che questa, a Bologna, è un’altra responsabilità sulle spalle di chi ha voluto approvare l’allargamento del Passante affermando che questo sarebbe il miglior risultato raggiungibile. Non è che vi vogliamo accollare ogni male del mondo, ma in questo momento storico lo spazio per la ‘mediazione fattibile’ sta a zero, ed è invece necessario come il pane riaffermare che ‘un altro mondo è possibile’.

Nel nostro piccolo, continueremo ad agire in questo senso, con le tante realtà e persone che in questi mesi abbiamo incrociato, e che hanno mostrato quanto concreta è la loro “testimonianza” di fronte all’inconcludenza di “chi sceglie”. Auguriamo a tutte e tutti un fantastico 2022: insieme possiamo contribuire, passo dopo passo, alla rivoluzione climatica!

[E ci vediamo il 16 gennaio 2022 per la Biciclettata rumorosa contro il Passante ;-)]

Ph: Giuditta Pellegrini

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