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Come è andato il corteo della Rete delle Lotte Ambientali Bolognesi? Spunti di riflessione, photo-gallery e video.

Se dovessimo rispondere con una sola frase, diremmo “secondo noi, bene”.

Tuttavia, dopo la manifestazione che sabato 23 ottobre ha sfilato per le vie cittadine fino a Piazza del Nettuno, vorremmo provare a proporre alcuni spunti di riflessione, con l’ambizione che questi possano contribuire alla crescita del movimento climatico nella nostra città.

Partiamo dalle cose che più ci sono piaciute. Innanzitutto, la pluralità di voci che hanno preso parola durante il percorso, e che ben rappresenta la ricchezza e i punti di forza della Rete delle Lotte Ambientali. Lungo il percorso, infatti, si sono alternate azioni e performance che hanno evidenziato la complessità della mobilitazione climatica. Abbiamo ascoltato la determinazione degli studenti, le parole dei comitati cittadini mobilitati su diverse contraddizioni bolognesi, le denunce dell’inazione – e delle complicità – dei governi, la responsabilità delle multinazionali, a partire da quelle degli idrocarburi.

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Le foto del corteo

Questo elenco ci porta al secondo punto che vogliamo evidenziare: quello di sabato è stato un corteo capace di parlare in maniera lineare del locale e del globale, portando in piazza una riflessione complessa e complessiva che colloca la difesa del proprio quartiere e dei propri spazi in un contesto internazionale, riconoscendo che ha senso “difendere il proprio orto” perché questo contribuisce a difendere il Pianeta. Da questo punto di vista, il concetto della giustizia climatica ci sembra fondamentale, perché non limita la mobilitazione a una pur giusta dimensione ambientalista, ma pensa la risposta all’emergenza climatica in termini di diritti e dignità per tutte/i le/gli abitanti del Pianeta. D’altra parte, a livello locale il no intransigente e senza esitazioni espresso dal corteo all’allargamento del passante autostradale rappresenta un nodo fondamentale, perché fermare quell’opera rappresenta una scelta allo stesso tempo pragmatica e simbolica necessaria per innescare la transizione climatica.

In terzo luogo, siamo stati colpiti dalla voglia di ascoltare di tante/i bolognesi che, durante le performance e le azioni e lungo il percorso del corteo, si sono affacciate alla finestra o hanno interrotto la propria passeggiata per ascoltare gli interventi e leggere un volantino. Chissà, magari ci stiamo illudendo, ma in un momento storico in cui l’unica cosa che sembra contare nel dibattito politico mainstream è “far ripartire la crescita economica” – mentre all’inizio della pandemia il mantra era “nulla sarà come prima” – aver visto tante persone pronte ad ascoltare ci è sembrato un segnale di speranza. In ogni caso a noi, che la rivoluzione climatica la vogliamo vedere, ci piace pensarla così.

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Il nostro intervento durante la manifestazione

Tutto ciò non deve però distoglierci dal vedere che il corteo era composto da alcune centinaia di persone. L’emergenza climatica non è ancora sentita, nonostante i tanti segnali inquietanti lanciati dal Pianeta e il moltiplicarsi degli allarmi provenienti dalla ricerca scientifica, come quella sfida epocale di fronte alla quale è necessario e urgente mobilitarsi.

Ci sono certamente diverse cause, che non approfondiremo qui, e che riguardano il ruolo della politica istituzionale e quello dei media, le politiche di greenwashing delle grandi aziende e la contraddittorietà delle scelte amministrative locali. Tuttavia, quel che ci interessa sottolineare qui è che per allargare la mobilitazione c’è ancora tanta strada da fare, e questo non vale solo per Bologna: pensiamo che nei prossimi mesi sarà necessario intrecciare le lotte, cercando di rendere manifesti quei fili rossi che legano sfruttamento delle risorse naturali e ingiustizia sociale, inquinamento e precarietà, profitti e crisi climatica.

Non abbiamo dubbi sulla strada da seguire per affrontare la crisi climatica: va cambiato il sistema economico che oggi pervade la nostra quotidianità. Nei prossimi mesi dovremo capire come raccontare e rendere desiderabile quell’altro mondo possibile che ci portiamo sulle spalle da alcuni decenni, e che rappresenta quel luogo dove miliardi di esseri umani vivranno meglio.

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